PRIMA FASE: CHE COS’E’ IL MITO?


2 - Giulio Guidorizzi, Letteratura greca – L’età arcaica, Einaudi, Torino 1996, pp. 36-37

IL MITO

Non è possibile affrontare lo studio della letteratura greca sen­za tenere conto dell’importanza che il mito assume nella formazio­ne dei testi poetici e, più in gene­rale, nella cultura arcaica. Il mito non è un ornamento poetico (co­me diventerà in fasi successive della letteratura europea), ma, un elemento sostanziale per il funzionamento di una società tradizionale. In una società come quella greca di un’epoca arcaica, e come sono in generale le culture tribali, il mito contiene e trasmette il patrimonio di idee, tradizioni, istituzioni so­ciali e religiose, genealogie che co­stituiscono la cultura, nel senso lato del termine, di un popolo illet­terato. Esso si può definire un «racconto tradizionale» trasmes­so, in origine; oralmente (muqoV si­gnifica “parola”, “racconto”). Un mito non è dunque inventato da un singolo poeta: questi lo trova già pronto nella memoria colletti­va del suo popolo e lo impiega nel corpo della sua opera; ma poiché un mito prende forma solo quando viene raccontato e può essere rac­contato ogni volta in modo diver­so, ne deriva un labirinto di va­rianti che danno forme differenti allo stesso racconto.

   Solitamente un mito narra un evento che si pensa accaduto in un lontano passato e compiuto da personaggi che assumono agli oc­chi dell’uditorio una statura più che umana (dèi, eroi); tuttavia, questo racconto non è considerato leggendario ma reale, anche se di una realtà diversa da quella quoti­diana. In una civiltà illetterata il patrimonio dei miti funge infatti da serbatoio di sapienza e contri­buisce a conservare l’identità di un popolo, attraverso racconti in cui ciascuno si riconosce e si iden­tifica. Ad esempio, trasmette la storia sacra (ossia i racconti sulla nascita e le vicende degli dèi); mo­tiva le origini di una scoperta o di un rituale (come il mito di Prome­teo che spiega l’origine del fuoco; in questi casi si parla di mito «eziologico», vale a dire che spie­ga l’aitia, “causa”); più general­mente, il mito propone modelli di comportamento ai quali attenersi e trasmette il sistema di valori mo­rali della civiltà. Pertanto, penetrare nel mondo mitico di un po­polo tribale significa penetrare si­no al cuore della sua civiltà.

Il mito è anche un modo di pensare: è frutto di un pensiero che si sviluppa non attraverso schemi logici e astratti ma per im­magini. Si è detto, e la psicoanali­si l’ha ampiamente dimostrato - che il pensiero mitico non è carat­teristico solo di una civiltà arcai­ca, ma sussiste in ogni individuo come schema profondo della men­te. Il sogno, ad esempio, è un fe­nomeno che dimostra quanto stretto sia il legame tra la vita in­conscia e l’attività mitica della psiche, poiché utilizza gli stessi elementi costitutivi del mito (i simboli, i rituali, le metafore), e lavora con lo stesso linguaggio vi­sivo e immaginario (da cui la defi­nizione secondo cui «il mito è il pensiero sognante di un popolo, mentre il sogno è il mito personale dell’individuo»). È soprattutto il pensiero di Carl Gustav Jung a collegare il sogno e il mito a una comune origine di archetipi sim­bolici che costituirebbero i model­li più profondi e universali della psiche umana; ma il legame tra so­gno e mito è analizzato da tutte le scuole psicoanalitiche contempo­ranee, a partire da Freud. Questo non significa però che il mito sia un tipo primitivo di pensiero e che il pensiero mitico sia proprio di popolazioni che ancora non hanno imparato a ragionare in ter­mini logici. Piuttosto, il pensiero mitico è complementare a quello logico-razionale che in una società illetterata viene attivato per ri­spondere a determinate necessità (appunto, quella di conservarne la cultura). In un certo senso, si po­trebbe dire che il mito è una spe­cie di «filosofia primitiva». La cultura greca presenta, in effetti, uno sviluppo dal pensiero mitico a una prima elaborazione di caratte­re logico-filosofico: già nell’età ar­caica si cominciava a dubitare del­la verità dei miti e a cercarne un’interpretazione razionale. Al­cuni pensavano che i racconti su­gli dèi fossero soltanto allegorie delle forze naturali, come il sole o il fuoco (così nel secolo VI a.C. Teagene di Reggio interpretava i miti omerici).

CONSEGNE:

Svolgi l’analisi e la concettualizzazione del testo attraverso:

·         l’individuazione delle parole-chiave e la loro sintetica definizione

·         l’individuazione della tesi espressa dall’autore e delle argomentazioni prodotte a sostegno di questa (indicandone anche l’eventuale tipologia: citazione d’autore, riferimento storico, esempio etc)

 

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