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Il Novecento ripensa le origini

La possibilità di definire il postmoderno resta problematica, se non autocontraddittoria, dato il rifiuto, nell’ambito delle differenti manifestazioni culturali che a vario titolo possono essere fatte rientrare in tale categoria, di qualsivoglia rigidità, punto fermo o solidità concettuale: tutte caratteristiche, queste, che per molti versi rimandano invece alla modernità. Ne risulta conseguentemente difficoltosa anche l’individuazione dei punti di contatto fra l’esperienza filosofica antica e quella del postmoderno. Più praticabile pare quindi il tentativo di cogliere le tangenze e i rimandi che connettono il pensiero lato sensu contemporaneo con i contenuti elaborati dalla riflessione occidentale nei suoi primi secoli di storia, dai cosiddetti presocratici alla scuola neoplatonica, cercando al tempo stesso di evidenziare in questo contesto soprattutto le tematiche che più esplicitamente sembrano ricondurre alla postmodernità. E ciò in una duplice direzione: se per un verso il Novecento si è ripetutamente interrogato sulle origini, o ne ha comunque subito il fascino; per altri aspetti è forse possibile individuare nell’antichità spunti che paiono anticipare problematiche proprie della contemporaneità.

Nella prima direzione, il percorso può iniziare con la lettura nietzscheana della tragedia greca, la quale, partendo apparentemente da premesse schopenhaueriane, conduce in realtà alla piena accettazione della dimensione dionisiaca dell’esistenza, dove la vita si sprofonda nel caos e nella mancanza di senso. Significativo è poi il tentativo intrapreso da Heidegger di rintracciare nell’inizio della riflessione filosofica la possibilità di un pensiero non metafisico, il cui riemergere, dopo millenni di erramento (e al culmine dell’erramento stesso), potrebbe oggi tornare a caratterizzare l’esperienza della contemporaneità. Per molti versi postmoderno – in questo caso si dovrebbe forse dire “postantico” – è sicuramente l’approccio tentato dallo scrittore argentino J.L. Borges alla cultura delle prime fasi della civiltà occidentale, da lui rivisitata con distaccata ironia e al tempo stesso come fonte di metafore potentemente allusive alla condizione di smarrimento e di perdita di punti di riferimento assoluti che caratterizza la condizione dell’uomo novecentesco.

Nella direzione opposta, numerosi sono gli autori antichi che anticipano tematiche proprie della cultura filosofica e scientifica contemporanea: dal collegamento esplicitamente individuato dal sofista Gorgia fra l’inconsistenza ontologica e la possibilità dell’esperienza artistica; alla presenza nell’ambito stesso del pensiero platonico – all’apparenza così solidamente metafisico – di spunti che alludono alla tecnica come strumento di trasformazione della stessa struttura del reale; alle intuizioni epicuree sulla legittimità delle spiegazioni multiple dei fenomeni fisici, nonché sulla relativa indeterminazione del comportamento microscopico delle particelle, che ricordano da vicino teorie e atteggiamenti della scienza contemporanea.

Questi collegamenti sotterranei fra le più recenti manifestazioni della cultura occidentale e le sue remote origini non riguardano solamente l’ambito filosofico o quello scientifico: nelle più significative esperienze artistiche e letterarie del XX secolo sono ugualmente presenti numerosi spunti di rilettura del passato o, piuttosto, di interpretazione della condizione dell’uomo di oggi attraverso il filtro della civiltà antica. E’ tuttavia proprio in seno alla filosofia – e in una prospettiva tipicamente postmoderna – che la rilettura dell’antico trova forse la sua più significativa teorizzazione: il ripensamento della chôra platonica da parte di Jacques Derrida recupera nella decostruzione di quel vocabolo il senso del ritorno alle origini, ricollegandolo significativamente alla figura di Socrate, filosofo ironico per antonomasia, come “ironico” è in genere l’approccio novecentesco al passato.