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La condizione postmoderna

René Magritte, Le chateau des Pyrénées, (Il castello dei Pirenei)

1961, Gerusalemme, Israel Museum 

Perché Magritte all’inizio?  Perché il suo “strano” surrealismo ci permette di assumere, prima di pensare, un atteggiamento già postmoderno, in quanto ci induce a porci davanti al quadro dotati di una visione non neutra: la visione non è data solo da ciò che si vede, ma anche da ciò che si pensa, dall’emozione dello sguardo e della mente; l’occhio ha una memoria, un desiderio, una volontà e spesso vede una logica sconvolta, e in questo paradossale vedere la domanda di senso è fuori luogo perché non esiste una profondità, ma esiste una prospettiva, non esistono delle distanze, esistono invece dei punti di vista.  La realtà, la surrealtà, il senso e il non-senso coincidono nella struttura della visione e l’anti-pittore Magritte ci conduce a guardare la visione per descriverne le crisi, le contraddizioni irrisolte, i pieni e i vuoti. Così nella visione non si compatta più una conoscenza chiara ed equilibrata del mondo, ma accade quello spaesamento, che deriva inevitabilmente dall’intuizione che la realtà è un sogno, che il non-senso abita il tempo e lo spazio e anzi risulta proprio dallo sforzo di vedere meglio e di vedere di più.  Enigma, spaesamento, crisi dello sguardo e del visibile, mistero e paradosso, irrazionalità e non-senso: “ Signore, signori, compagni, la vecchia domanda: “Chi siamo?” trova una risposta deludente nel mondo in cui dobbiamo vivere. Noi non siamo altro che i soggetti di questo mondo (…) incoerente e assurdo” (20 novembre 1938, da una conferenza tenuta al Musée Royal des Beaux Arts di Anversa, in Tutti gli scritti, Feltrinelli Milano,1979)

E perché proprio il Castello dei Pirenei? Lasciamoci suggestionare da questo quadro.

Il castello ci appare ben collocato, fondato sulla roccia, una grande e ben sostenuta roccia (almeno rispetto alle dimensioni del castello), ma questa roccia è in realtà sospesa nell’aria, si libra nel cielo azzurro, in una dimensione eterea e indefinita. Sotto vediamo infine il gran mare su cui tutto poggia: roccia, cielo, castello degli uomini. Il mare con la sua grande onda in movimento, cangiante, fluida, in divenire non risolto, movimento e cambiamento sono, ci sembra, colti nell’attimo.

Proviamo a utilizzare questa immagine come metafora della filosofia postmoderna: il pensiero (castello) fondato (roccia) nell’infondatezza (cielo) allude a un senso dell’essere che è domanda aperta, mai esaurita da alcuna risposta (mare), vale a dire: la filosofia nietzscheanamente è creatrice di valori divenuti finalmente solo “prospettive”, orizzonti di senso in cui muoversi, costruzioni umane e solo umane; la filosofia non rinuncia ad avere un orizzonte (che anzi ben si staglia!), ma rinuncia a gestirlo come proprio, come unico ben determinato e fissato parametro su cui misurare il mondo. 

Il castello ben si regge sulla roccia: il postmoderno non teorizza l’assoluto relativismo, non la rassegnazione inattiva, non lo scetticismo e la rinuncia (il nietzscheano nichilismo passivo), ma sente con forza l’assunzione di un compito prima di tutto etico: l’altro versante della contingenza è la solidarietà, il senso dell’abitare il mondo insieme, il nostro costitutivo con-essere. Il nichilismo non esclude infatti la dimensione/necessità etica, anzi la filosofia si fa eminentemente (finalmente) pratica, trascolora nell’etica, per dare senso, per avere senso. Il nichilismo non esclude l’emancipazione del pensiero, la ricostruzione della razionalità dopo la morte di Dio: “Se individuiamo questo filo conduttore nel nichilismo, nella dissoluzione dei fondamenti ultimi e della loro impositività –che è anche sempre violenta interruzione del domandare- allora la scelta tra ciò che vale e ciò che non vale dell’eredità culturale da cui proveniamo sarà fatta in base al criterio della riduzione della violenza e in nome di una razionalità intesa come discorso-dialogo tra posizioni finite che si riconoscono come tali, e che perciò non hanno la tentazione di imporsi legittimamente (in quanto convalidate da un principio primo) su quelle altrui” (da G. Vattimo, Etica della provenienza, in Nichilismo ed emancipazione, Garzanti, 2003). Vale a dire: il castello non è una casa, ma è una città,  è comunità non solitudine.

Ma la roccia è sospesa nell’aria: nel nostro mondo sono venute meno le terre sicure su cui poggiare stabilmente e immutabilmente, il cielo è la nostra nuova condizione esistenziale, individuale e sociale, incertezza e trasparenza, sospensione e vuoto. Con tutto questo dobbiamo imparare a convivere, a dialogare, munendoci di un pensiero diverso, meno preoccupato e ossessionato dall’esigenza della verità e più proteso ad elaborare una ragione argomentativa, dialogante ed etica, opinabile e solo probabile, filosofica in senso “debole”, senza più, come ben dice Rorty,  “F” maiuscole. Non disperarsi quindi davanti all’incertezza, ma imparare a navigarvi, attrezzandosi finalmente di un’altra ragione/pensiero.

E se ancora un senso dell’essere si dà è quello suggerito dal mare sottostante: fluido, in movimento, cangiante e caratterizzato dall’acqua.  L’acqua è l’elemento che, pur rimanendo sempre se stessa, si curva, si piega, assume qualunque forma, si adatta a tutto e così supera qualsiasi ostacolo, scava la roccia, può rovesciare montagne e colline: è la forza della flessibilità, dell’adattabilità, della penetrabilità, rappresenta la capacità di aprirsi al mondo senza perdersi, d’incontrarsi e di comprendersi, di vivere ciascuno l’altro senza fondersi, d’incontrarsi senza annullarsi.  

Il castello dei Pirenei  pare allora, in questo ri-uso interpretativo, una convincente suggestione e forse anche anticipazione del  soggetto postmoderno.