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La crisi del fordismo  

Paradigma socio-economico dell’età dell’oro dello sviluppo occidentale negli anni 1945-1970 il modello fordista va in crisi agli inizi degli anni ’70. Si tratta di una crisi a cui concorrono vari fattori e che coinvolge sia gli elementi del paradigma ristretto che quelli del paradigma estensivo (vedi scheda Fordismo). 

La crisi del sistema di Bretton Woods.

La fine del gold dollar exchange e della regolamentazione degli scambi internazionali ad esso connessa, proclamata da Nixon nel 1971, non rappresenta solo la rinuncia alla stabilità dei cambi tra le monete, ma segna “il passaggio da una regolazione monetaria su base politica delle valute, a una regolazione finanziaria su base di mercato” (Revelli, La sinistra sociale, p. 29). In crisi va il concetto di governabilità forte della società.  

La crisi dell’assioma fordista della crescita indefinita della domanda.

In questi anni si raggiunge nei paesi più sviluppati la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli (dall’automobile agli elettrodomestici) e la domanda si attesta sui più contenuti volumi generati dalla sostituzione del prodotto. L’assioma fordista della possibilità di crescita indefinita dei volumi di produzione va dunque in crisi, e con essa l’assunto di base dell’economia di scala che a volumi sempre crescenti corrisponderanno costi industriali e prezzi al consumo sempre decrescenti e questo genererà sempre nuova domanda.  

Lo shock petrolifero

Oltre alla saturazione del mercato di base dei prodotti industriali, un altro evento mina gli assiomi del paradigma fordista della crescita: lo shock petrolifero mette in crisi l’idea dell’infinita disponibilità degli input del sistema produttivo e dei loro prezzi progressivamente decrescenti grazie all’aumento dei volumi produttivi.

Lo shock petrolifero produce infatti una crisi delle risorse: la quadruplicazione del prezzo del petrolio mostra che gli input del sistema produttivo non sono inesauribili, non procedono a prezzi sempre inferiori, e per di più il loro abuso crea problemi ambientali (il rapporto del Club di Roma su I limiti dello sviluppo è del 1972). Esso causa inoltre un’iperinflazione che sposta la centralità dell’azione governativa dall’occupazione alle politiche di bilancio, facendo mancare un elemento fondamentale della regolazione economica e sociale.

La crisi sociale

La conflittualità sociale degli anni a cavallo del 1970 manda in crisi il progetto di controllo della classe operaia. La grande fabbrica, che ha fornito l’humus naturale del processo di sindacalizzazione operaia, è la culla di questi conflitti e gli svantaggi dei grandi numeri (la concentrazione produttiva e la conseguente concentrazione degli operai), iniziano ad essere considerati maggiori dei vantaggi. 

La crisi delle politiche keynesiane

La crisi della politiche keynesiane, dominanti dal secondo dopoguerra nei paesi occidentali, è determinata non solo dalle diverse priorità dell’agenda di politica economica dei governi (inflazione, e quindi politiche di bilancio, piuttosto che occupazione, e quindi politiche di sostegno alla domanda), ma anche della progressiva inefficacia dei tradizionali strumenti utilizzati dal governo per il sostegno alla crescita.

Alla base di questa inefficacia ci sono sicuramente anche ragioni di carattere politico-culturale (vedi materiale Salvati), tuttavia sono gli strumenti classici della regolazione macroeconomica keynesiana (deficit pubblico, tassazione e costo del denaro) a entrare in crisi. La crescita dell’interscambio commerciale, che procede a ritmi di sviluppo doppi rispetto a quelli del PIL, comporta che l’aumento della domanda, sostenuta dal deficit, in un paese possa non causare un rilancio dell’offerta interna (e quindi dell’occupazione), bensì solo un aumento delle importazioni (fenomeno puntualmente verificatosi negli Stati Uniti sotto la presidenza Carter, l’ultimo presidente americano keynesiano). Inoltre in un mercato dei capitali sempre più mondializzato una diminuzione del costo del denaro (o un aumento del prelievo fiscale) può facilmente comportare una fuga dei capitali all’estero, alla ricerca di impieghi finanziari più renumerativi e non un rilancio dei consumi o degli investimenti. 

Il risultato dell’azione congiunta dei molteplici fattori di crisi del paradigma socio-economico fordista è una rapida diminuzione dei profitti (vedi grafico) e quindi una crisi del modello di accumulazione fordista (vedi materiale Harvey). In questa crisi dei profitti industriali va vista anche l’origine del processo di finanziarizzazione dell’economia che caratterizza gli anni ‘90, con il prevalere del capitale finanziario su quello industriale.