Il pensiero politico tra moderno e postmoderno
Un passo indietro nella storia
Gli anni ’60 del secolo XX possono essere considerati una
svolta nell’orientamento culturale diretto alla politica poiché, se da una
parte consacrano il primato dell’Occidente, raggiunto a partire dal secondo
dopoguerra attraverso il progresso economico, dall’altra liberano opportunità
di pensiero ricche di riflessioni critiche all’interno dello stesso ambito
marxista. In tale prospettiva si vengono a moltiplicare riflessioni teoriche
che, partendo da radici precedenti, immaginano un socialismo capace di porre al
centro dei suoi obiettivi l’uomo, inteso come unità singolare, e fanno
seguire a tale principio l’idea che il capitalismo vada colpito proprio
quando, con i suoi esiti più sofisticati, cioè attraverso burocrazia e media,
può determinare il destino degli individui, a loro insaputa. Significativa, in
tale prospettiva, la revisione della dialettica marxista di J.P. Sartre e la
critica sociale della scuola di Francoforte, che, in particolare con H. Marcuse,
mette in luce la situazione dell’individuo condizionato da criteri a lui
esterni. Mentre Sartre valorizza il ruolo dei “gruppi” umani nell’operare
i superamenti dialettici all’interno dello stato democratico, Marcuse, come
del resto tutti gli esponenti della scuola francofortese, denuncia la fragilità
delle democrazie capitalistiche, all’interno delle quali gli individui hanno
perso la loro libertà, giocata sul tavolo del potere scientifico e tecnologico.
A partire dagli anni ’70 le certezze del mondo
occidentale subiscono una dura battuta d’arresto: la crisi petrolifera e le
sue conseguenze in termini economici, le ferite aperte dal lungo conflitto
vietnamita, l’esplodere della questione mediorientale, il lento procedere del
dialogo est-ovest inducono la riflessione politico-filosofica a una revisione
delle grandi elaborazioni teoriche elaborate nel decennio precedente. Ne deriva
una ripresa dello scardinamento delle certezze, già operata da Nietzsche, quale
si riflette negli scritti degli anni ’70 di M. Foucault, dove il filosofo
francese, nell’esaminare la “genealogia del potere” e nell’indicarne il
gioco sottile con il quale esso si beffa dell’individuo in tutti gli aspetti
della sua vita, affida al dubbio i cardini sui quali poggia l’assetto sociale
e politico delle democrazie contemporanee. E’ da leggere in questa direzione
la ricerca affrontata da J. Habermas, negli stessi anni, sullo stato moderno
che, mentre eroga sempre più servizi, tende ad allontanare i cittadini dalla
politica e ad orientarli sempre più verso il privato. Tuttavia, al contrario di
Foucault, il filosofo tedesco conferma la Modernità nel valore universale della
Ragione che può ancora risolvere il conflitto interno agli stati fondando una
più autentica cooperazione fra gli individui.
Il rapido evolvere delle strutture socio-economiche,
guidato dai notevoli “salti”, operati dalla scienza e dalla tecnologia,
muove parallelamente il motore di ricerca all’interno del pensiero liberale.
In tale ambito, partendo dai principi che modellano le istituzioni degli stati
democratici, diversi autori approfondiscono i temi dell’etica e della
giustizia , in una dialettica che vede differenziarsi il pensiero di J. Rawls [Una
teoria della giustizia, 1971] da quello di R. Nozick [Anarchia, stato e utopia, 1974] o dagli studi di R. Dworkin sul
liberalismo etico [I fondamenti del
Liberalismo, 1996].