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Origine del termineÈ opportuno anzitutto rievocare brevemente l’origine e la prima diffusione del termine, tenendo conto del fatto che, a parte alcune sporadiche apparizioni in ambito letterario e storico avvenute già nella prima metà del XX secolo, il termine “postmoderno” è entrato nell’uso filosofico soprattutto con Jean-François Lyotard [1924-1998], autore di un Rapporto sul sapere per il governo canadese, apparso nel 1979 col titolo: La condition postmoderne. Prima dell’uscita di questo che è giudicato il manifesto del postmoderno filosofico, l’espressione si era affermata nella critica letteraria statunitense alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta. L’attributo di “postmoderna” veniva allora riferito alla nuova letteratura sia con un valore negativo, quale indice di un ristagno (I. Howe), sia con uno positivo (L. Fiedler, S. Sontag), nel senso che stava a connotare nuove aperture dello scrittore verso il pubblico, tese anche a fondere fantasia e mondo tecnologico. Una tale letteratura era detta post-moderna semplicemente in quanto veniva dopo la letteratura moderna, quella cioè affermatasi nei decenni appena precedenti e giudicata come ormai consunta. Tuttavia – come vedremo – con il postmoderno in generale le cose non stanno in modo così univoco. Infatti, sia il “post” sia il “moderno” che compongono l’espressione “postmoderno” veicolano dei problemi interpretativi tutt’altro che definitivamente risolti. Verso la metà degli anni Settanta il termine intanto “migrava” dalla critica letteraria all’architettura e dagli Stati Uniti in Europa (C. Jencks, R. Stern), ottenendo una ben più ampia diffusione. L’architettura postmoderna appare caratterizzarsi nei confronti di quella moderna per la capacità di servirsi contemporaneamente di una pluralità di linguaggi, e quindi, per esempio, di essere al tempo stesso élitaria e popolare, oppure per l’assegnare la centralità alla finzione piuttosto che alla funzione. Anche solo da ciò si capisce che moderna è considerata anche qui l’architettura razionalista contemporanea, in quanto tendente all’impiego di un linguaggio astratto e universale. Oltre all’altrettanto problematico rapporto con la visione elaborata da A. Gehlen, sempre negli anni Cinquanta, della cosiddetta “post-storia”, che spesso è stata affiancata al postmoderno (anche se esso, a differenza della prima, ammette ancora possibilità di futuro), va ricordato che in pittura il termine postmoderno è stato piuttosto sostituito con trans-avanguardia ed in sociologia con postindustriale. Venendo alla filosofia, il postmodernismo ha trovato invece – come abbiamo anticipato – una specifica e multiforme teorizzazione. |