La modernità postmoderna

[Mario Radice, 1934]
«È un momento antinomico che assume
un ampio unmaking nella mentalità occidentale – ciò che Michel
Foucault potrebbe definire una postmoderna épistémè. Dico unmaking
sebbene altri termini siano oggi de rigueur: per esempio decostruzione,
decentramento, disapparenza, disseminazione, demistificazione, discontinuità, differenza,
dispersione ecc.. Tali termini esprimono un rigetto ontologico del tradizionale
soggetto pieno, il cogito della filosofia occidentale. Essi esprimono
anche una ossessione epistemologica con i frammenti o le fratture, e una
corrispondente disponibilità ideologica verso le minoranze in politica, il
sesso e il linguaggio. Pensare bene, sentire bene, agire bene, leggere bene –
secondo questa épistémè dell’unmaking – è rifiutare la
tirannia degli interi; la totalizzazione in ogni impegno umano è potenzialmente
totalitaria» [I. Hassab, The critic as Innovator: The Tutzing
Statement in X Frames, 1977].
Nella
interpretazione di Hassab il momento postmoderno è il risultato di una
esplosione della épistémè, che manda in pezzi la Ragione e il Soggetto.
A uno sguardo più attento, dietro quella esplosione può individuarsi un
movimento - iniziato all’interno della modernità – di distruzione o decostruzione
della razionalità totalizzante. Così, per l’autore, nel postmoderno
confluirebbero gli impulsi più radicali della modernità.
Per
Lyotard, invece, a marcare la rottura con la ragione totalizzante è il
commiato dalle grandi narrazioni filosofico-ideologiche della modernità,
in primo luogo quella illuministica [processo di rischiaramento nella
conoscenza, da cui un crescente dominio dell’uomo sulla natura] e quella idealistica
[progressiva intensificazione dell’autocoscienza dello spirito umano, volta
all’appropriazione di sé]. Il termine postmoderno designerebbe allora
quella condizione della contemporaneità prodotta dalla fine dei metaracconti
[progresso, finalità della storia] e dunque dal declino delle pretesi
unificanti e sistematizzanti: il disfacimento dell’intero lascia spazio alla
pluralità, al frammento, alla contaminazione, alla deriva [S. Natoli]. In
questo senso, il postmoderno interpreta il moderno come:
1.
inclinazione a leggere la storia in termini di linearità processuale e
dal collegato privilegiamento del nuovo;
2.
tentazione di intravedere nella storia un senso salvifico, verso cui l'umanità
sarebbe in marcia;
3.
propensione a pensare secondo categorie forti, gerarchizzando rigorosamente la
folla plurale di eventi e saperi; con la conseguente uniformazione della
particolarità e della diversità.
È
in questa prospettiva che la critica alla tradizione moderna di Adorno e
Benjamin assume un valore di riferimento nel dibattito contemporaneo. Esemplare
il caso di Frederic Jameson, il quale nel rifiuto postmoderno di una ragione totalizzante
coglie l’occasione per una nuova, dialogica e postmoderna concezione di
totalità, una relationship by way of differences, che sembrerebbe memore
della esigenza di salvaguardia delle differenze, dell’individuale e del
qualitativo espressa dal maestro francofortese in Dialettica negativa.
Così come la sua connotazione della estetica postmoderna in termini di allegoria,
che, in opposizione al simbolo [segnato da una unità organica],
ricercherebbe i modi per mantenere gli elementi di discontinuità e le
incommensurabilità, senza annullare le differenze, potrebbe evocare
direttamente l’estetica dello stesso Adorno o quella di Benjamin.
D’altra
parte, per una analisi della condizione postmoderna, è difficile
prescindere dal contributo interpretativo di Hannah Arendt, se è vero che al
suo Vita activa siamo debitori di una delle ricerche più dense sulle
traiettorie culturali occidentali che hanno improntato la condizione dell’uomo
moderno.