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IL RAPPORTO CON LA NATURA 

L’epoca postmoderna è l’epoca del pluralismo, dell’esplosione delle informazioni e della comunicazione globale. Tutti siamo trasformati in passeggeri e viaggiatori eclettici, cosmopoliti e liberati: lo spazio intorno a noi si è enormemente dilatato, ma quali nuovi caratteri ha assunto?

OMOGENEIZZAZIONE DELLO SPAZIO. Facendo riferimento a Jameson, lo studioso parla di un’esperienza spaziale assolutamente disorientante: scompaiono schemi, gerarchie, criteri di riferimento spaziale. Anche l’organizzazione spaziale subisce così quei processi di ibridazione, frammentazione e appiattimento tipici della postmodernità. Ciò che colpisce maggiormente nei nuovi scenari spaziali è che non c’è più alcuna prospettiva; sparite le strade sparito ogni profilo di riferimento, perdiamo la” capacità di porci dentro lo spazio e farne una cartografia cognitiva”: lo spazio si decentra, non può essere visualizzato, nessuno vi può trovare una propria posizione. Il dominio della dimensione spaziale incide sul senso di sé e sull’identità personale: il soggetto decentrato postmoderno non pensa più alla propria identità in termini di crescita o sviluppo temporale, ma si pensa invece come un’entità discontinua, costantemente plasmata e riplasmata in un tempo neutro. E’ lo sviluppo dello schizofrenico, dei “presenti puri, senza relazioni” (Jameson), è l’io nell’epoca della simultaneità, del fianco a fianco, del disperso, nel mondo che non si svolge più nel tempo ma si dipana in uno spazio/ rete orizzontale che collega infiniti e sempre diversi punti.                          

Dislocamento, decentramento e dispersione: la trasformazione della cultura lascia segni tangibili anche nei luoghi dove viviamo. La NATURA è ormai tutta colonizzata dall’uomo, Jameson evidenzia questa totale colonizzazione della natura da parte della cultura e la conseguente mercificazione della stessa cultura con alcuni corollari: l’esaltazione del mercato (avvertito come affascinante e attraente), la commistione di mercato e media, tra merce e sua immagine (nella pubblicità) e l’abolizione di ogni distanza critica. “Il postmoderno è un mondo più pienamente umano di quello precedente, nel quale la cultura è divenuta una vera e propria seconda natura”, l’estetica assume una considerazione diversa, lo stile diventa un aspetto dell’esistenza che coinvolge tutta la nostra esistenza. Tutto diventa culturale, vale a dire immagine, superficiale e quasi fotografica, che ripete se stessa in un gioco di rimandi e citazioni in  cui ciò che si perde è il referente ultimo, quello oggettuale. La televisione, il computer e l’immagine sono i nuovi simboli di una cultura che, abolendo la profondità (sia spaziale che temporale), trasforma tutto (Natura e Inconscio compresi) in immagine, vissuto superficiale e cangiante. L’accumulo grandioso delle merci e il loro scambio rapidissimo nei super e ipermercati, nuovi luoghi di culto del feticismo postmoderno, trovano il loro pendant dialettico negli accumuli altrettanto immensi della spazzatura e dei rifiuti che si raccolgono soprattutto nei grandi centri urbani. 

La CITTA’ è il l’ambiente eminente del postmoderno e l’architettura e l’urbanistica, in particolare, sono caratterizzate da quell’eclettismo, pluralismo, fusione vivace e ironica di tradizioni e stili, che sono definite nostalgia e nomadismo intellettuale (A. Rossi). Non esiste più la città residenziale, statica e produttiva, comunità politico-naturale dove abitavano le grandi classi e i grandi soggetti collettivi, detentori, a loro volta, di grandi progetti e grandi conflitti, ma oggi domina una conflittualità permanente, in un proliferare di governi privati, in un’anarchica esplosione dell’esperienza urbana che valorizza la prospettiva comunitaria, di tribù e di appartenenza, propone un meticciamento e una sincretizzazione delle culture, in cui l’etnicità è vissuta come diversità estetica e base per lo scambio fra uguali. La città non è più solo spazio, ma diventa ambiente (“la città è un discorso, e questo discorso è realmente un linguaggio” R. Barthes) che coinvolge, assorbe e rappresenta l’esistenza degli uomini che vi vivono, è “vitalità confusa”, varietà di vite e di sogni, complessità e difficoltà, è  “architettura delle forme anziché della forma” (R. Venturi). La città diviene un luogo “non più della funzione ma della finzione” (Jencks), rappresenta la fantasia, l’immaginazione, il palcoscenico ove liberamente si esprime il gioco, è teatro ma anche emporio, enciclopedia, labirinto. E’ l’esperienza di una centralità vuota e dissolta: il centro, visto come dominio della razionalità e dell’ordine, viene cancellato dalla mappa della città i cui confini sono dissolti; le metropoli, enormi periferie generalizzate, sono luogo policentrico, tentacolare, eterogeneo, non hanno distrutto lo spazio ma lo hanno reso infinito. Le grandi città sono “non-luoghi” (M. Augè): luoghi di spaesamento, ma anche di creazione, per loro natura plastiche e suscettibili di essere modellate dall’incessante gioco creativo della vita urbana. La città che meglio rappresenta questa nuova condizione è Los Angeles, la città postmoderna per eccellenza, estremamente intricata da percorrere, refrattaria a qualsiasi descrizione convenzionale, che sembra sempre allargarsi a rete lateralmente in una spazialità illimitata, costantemente in movimento e incomprensibile. “Guardando Los Angeles dall’interno, con atteggiamento introspettivo, si finisce con il vedere solo frammenti e istantanee, luoghi fissi di una comprensione miope che per impulso viene generalizzata a rappresentare il tutto (…) Cos’è questo luogo? Anche sapendo dove focalizzare la vista, trovare un punto di partenza non è facile, Los Angeles è dappertutto. E’ globale nel senso pieno della parola (…) in quel suo presentarsi ovunque sullo schermo come una scatola dei sogni per il mondo”(E. Soja)