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Che cosa significa postmoderno?Cosa vuol dire dunque propriamente postmoderno? Michela Nacci ha suggerito di intendere con esso «un clima, un’aria che si respira, una sorta di spirito dei tempi». E Gaetano Chiurazzi ha ben riassunto lo stato della questione riguardo al “post” precisando: «Letteralmente esso [il postmoderno] contiene il senso di una posteriorità rispetto al moderno, ma più propriamente il suo significato non riguarda una determinazione temporale; postmoderna non è l’epoca che viene dopo il moderno, secondo una periodizzazione cronologica; “postmoderno” indica piuttosto un diverso modo di rapportarsi al moderno che non è né quello dell’opposizione (nel senso dell’“antimoderno”) né quello del superamento (nel senso dell’“ultramoderno”)». Altrettanto delicata risulta la
questione relativa al senso da dare al “moderno” con cui il postmoderno, in
ogni caso, si confronta. La parola è infatti polisemica. Nella lingua tedesca,
in verità, l’ambiguità è evitata grazie alla distinzione tra Neuzeit
e Moderne, indicando il primo termine
l’età “nuova” o moderna – quella che va, per intendersi, dalla scoperta
dell’America alla Rivoluzione francese o a Napoleone – e il secondo l’età
che invece diciamo “contemporanea”. Del resto, si è già visto come
originariamente il postmoderno letterario si riferisse a una letteratura
“moderna” proprio in tale senso. Oltre al significato epocale, moderno
ne ha un altro legato a “moda”, secondo il quale si chiama così ciò che
meriterebbe di essere accettato perché subentra a quel che è diventato
“antico”. Come ha soprattutto notato V. Verra, non è poi di poco conto
l’equivalenza stabilita da Croce tra “moderno” e “mondano”, nel senso
che esso si differenzia, positivamente, soprattutto rispetto alla precedente
insistenza sulla trascendenza. P. Rossi ha infine indicato anche un moderno che
può esistere in ogni tempo purché risponda a certe caratteristiche: «Le caratteristiche attribuite al moderno variano non solo con le diverse discipline che se ne occupano, ma con le varie correnti di pensiero che danno una definizione significativa di che cosa è la modernità». In altri termini, a rigore non si potrebbe prescindere dalla diversa valutazione della modernità a seconda che si tratti di politica, religione, scienza, filosofia, arte e così via. Né univocamente ammessi sono l’inizio e la fine della stessa modernità (nel senso della Neuzeit). A questo proposito si ascolti l’avvertimento di Valerio Verra: «Bisogna essere molto attenti perché è estremamente labile sia la possibilità di una definizione sia la possibilità di una determinazione di inizio e fine […] Anche il mettere un inizio e una fine è una scelta teoretica […] Dire che il moderno finisca o dire che cominci in un’epoca o in un’altra è una scelta teoretica su quello che siamo noi stessi». Abbastanza convincente risulta dunque tenere conto, in filosofia, anzitutto del libro di Lyotard per avere un’idea, che necessariamente si complessificherà nelle e con le altre versioni, di ciò con cui la modernità viene filosoficamente identificata dal postmodernismo Altrettanto utile, però, sarà indagare il senso della modernità elaborato da alcuni degli stessi filosofi “moderni”. [LINK: I postmoderni leggono il moderno e I moderni leggono il moderno]. Se dunque ci riferiamo a La condition postmoderne, possiamo ricavare una rappresentazione della modernità filosofica attraverso quello che viene descritto come il carattere tipico della condizione postmoderna, cioè l’indebolimento o il venir meno di tre grandi “meta-racconti”, con cui l’uomo moderno ha cercato di fondare la sua concezione unitaria della ragione. Essi sono: a) l’ideale illuministico dell’emancipazione; b) la teleologia dello spirito elaborata dall’idealismo; c) l’ermeneutica del senso sviluppata dallo storicismo. Sentiamo in proposito Franco Volpi: «La dissoluzione dell’unità non viene vista come una crisi, non viene vista come una perdita, non viene vista nutrendo in seno la nostalgia per l’unità perduta che va di volta in volta affievolendosi e dissociandosi, ma viene salutata come un valore positivo. La dissoluzione, la frammentazione, la contaminazione dei generi, la polifonia delle voci, viene vista come un elemento positivo – ecco la novità del postmoderno – e viene salutata come un qualcosa in cui bisogna investire nuove risorse». |