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Metafore

INTRODUZIONE

Il cambiamento della società occidentale nell’ultimo ventennio pare configurarsi come un vero e proprio kuhniano salto di paradigma, nel quale la transizione è stata così repentina da mancare perfino di un adeguato lessico per rappresentarla: utilizziamo infatti il termine postmoderno che denuncia da subito nell’etimo la natura ambigua, indefinita e sfuggente del fenomeno a cui si riferisce. Infatti il prefisso post suggerisce il venir dopo qualcosa, ma questo qualcosa é proprio ciò che sta avvenendo ora, in questo istante (modernum significa infatti “ora, in quest’attimo”).  Nella sua stessa nominazione il postmoderno indica la sua natura contraddittoria nel definirsi come successivo a ciò che ancora è, rivela di non poter fare a meno del moderno, indicandosi come lontananza o distacco o rifiuto rispetto a un paradigma che circola ancora e che ancora, inevitabilmente, lo riguarda. Dal suo nominarsi ci proviene il suo sentirsi postumo, la sua consapevolezza di venire comunque dopo e lo stesso carattere di transitorietà che il postmoderno si attribuisce. L’operazione stessa di trovare coerenza e unitarietà è poi in sé contraddetta da uno scenario di sua natura disomogeneo, sfuggente e contraddittorio ove non c’è forma o emergenza del postmoderno che non rischi di essere smentita da un’altra forma ugualmente postmoderna ma di segno opposto e antitetica alla precedente, tanto che il primo tratto della postmodernità può essere individuato nella sua intrinseca contraddittorietà e nella sua dialetticità aperta (“Ammetto l’inconseguenza logica ed esalto la dualità. Sono in favore della ricchezza di significati piuttosto che della limpidità degli stessi”, Robert Venturi, già nel 1966). Il nuovo paradigma culturale nasce allora come elaborazione di un lutto, come presa d’atto di una perdita: a una certo punto del Novecento (diversamente identificato in  differenti catastrofi: l’Olocausto nucleare di Hiroshima, le trasformazioni degli anni Cinquanta, le nuove innovazioni tecnologiche o le crisi politiche degli anni Ottanta…), la cultura occidentale scopre che i vecchi capisaldi del suo progetto umano (la razionalità, l’efficienza, la funzionalità) funzionano male e non riescono più né a rappresentare né a comprendere il mondo. Il postmoderno si affaccia sul paesaggio di questa civiltà  distrutta e sostituita dal dominio totale delle merci, delle etichette e delle marche come nuovi dispensatori di identità.

Rispetto ai soggetti della modernità, vengono meno i grandi protagonisti (il lavoro, il progresso, il sociale, il collettivo etc) e il postmoderno nasce a partire dalla loro negazione,  da un radicale gesto distruttivo nei confronti della tradizione. Frutto di una lunga gestazione e di un  complesso sviluppo, il postmoderno coinvolge e contamina gli ambiti disciplinari più diversi:  dalla riscoperta del pragmatismo filosofico attuata da R. Rorty o dalla prospettiva ermeneutica nella versione del pensiero debole di G. Vattimo, così come dai nuovi paradigmi di filosofia della scienza messi a punto da Kuhn e Feyerabend, come pure si fa largo nella crisi delle grandi narrazioni indagata da J. F. Lyotard così come nell’enfasi posta da Foucault sulla discontinuità dei processi storici o sulla loro diversificazione/pluralità indicata da Levi-Strauss; affiora pure nelle nuove teorie matematiche (la geometria frattale, la teoria delle catastrofi e quella del caos) così come nei procedimenti di creazione artistica a collage o a pastiche (dalla tecnica del cut-up  al citazionismo, dalla pop-art alla letteratura di Eco e Calvino).  Se c’è un elemento che accomuna tutte queste esperienze, questo  è rinvenibile nell’affermarsi di processi che distruggono le forme consolidate del moderno, piuttosto che (o prima di) produrne di nuove.  Vale a dire: gli elementi costitutivi del postmoderno (la frammentazione, l’indeterminatezza, la profonda sfiducia in tutti i linguaggi universali o totalizzanti) si vengono a costituire sotto il segno marcatamente iconoclasta che prima provvede a distruggere ogni formalizzazione codificata. Il postmoderno si costituisce a partire dalla destrutturazione delle forme su cui la cultura occidentale aveva fondato negli ultimi due secoli il proprio sapere. Quali sono tuttavia i caratteri su cui il postmoderno cerca di ridefinire ed esprimere il proprio nuovo paradigma culturale e la propria soggettività?