Presentazione



 

Fin dalla partenza di questo viaggio, dalla cerimonia sul binario 21 e nelle parole di Gotti Bauer, ci è stata assegnata una precisa consegna di lavoro, l’assunzione di un ruolo ben specifico: diventare testimoni perché la memoria non si dimentichi, trovare il linguaggio per parlarne, per prestare voce alle voci dei testimoni/dei sopravvissuti che ormai si spengono e si affievoliscono.. ci è stato detto:

 

“ascoltare un testimone è diventare testimoni a nostra volta”.

 

ma si può parlare di memoria e di capacità di testimonianza per coloro che non hanno vissuto l’evento, per coloro anzi che sono nati –come noi- ben dopo? Se sì, di quale testimonianza saremo capaci? In quale forma e limiti e condizioni?

 

L’inferno dei campi resta un continente incomprensibile, inimmaginabile, “irricordabile”: questo è la prima valutazione che abbiamo portato a casa, ciò che abbiamo vissuto come esperienza del viaggio; la nostra locomotiva compiva un altro viaggio, con un altro ritmo, rivelando un terrificante sfasamento rispetto alle parole dei testimoni e alle loro memorie lette (l’ultima proprio in treno “La notte” di E. Wiesel..)… ci siamo sentiti collocati in uno iato incolmabile tra i luoghi e le parole: il treno, ma anche la ferrovia di Birkenau, la fabbrica di Schindler stanno oggi in un tempo ordinario, sono luoghi sfigurati, una sorta di non-luoghi della memoria poiché i luoghi non assomigliano più a quello che erano..  le tracce sono sparite e questa storia ci appare impossibile da raccontare.

 

Allora: come trasmettere l’innominabile? Quale testimonianza risulta praticabile? Per quale senso di memoria lavorare?

 

Già Primo Levi ci ammoniva in tal senso:

 

“noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino ma anche quello degli altri, dei sommersi appunti (...);  a distanza di anni si può affermare che la storia dei lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ho scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto, non è tornato (…); non siamo noi , i superstiti, i testimoni veri, noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione, abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo”.

 

Vale a dire: il superstite/sopravvissuto è portatore di un discorso di secondo grado, altro rispetto a quello che avrebbe pronunciato il testimone integrale, poiché

 

“sono loro , i mussulmani, i sommersi, i testimoni integrali”,

 

coloro la cui deposizione avrebbe avuto vero/autentico/generale significato. Questo è il paradosso: colui che non può più parlare è il vero testimone, il testimone assoluto.

 

Il divario riguarda la struttura di una testimonianza impossibile, perché testimonianza dell’inimmaginabile, perché realtà che eccede necessariamente i suoi elementi fattuali: questa è l’aporia di Auschwitz, la verità intera è molto più tragica, più spaventosa, la conoscenza non coincide con la comprensione…

 

Ma indugiamo su questo scarto, prestiamo ascolto a questa lacuna.  In latino ci sono 2 parole per dire il testimone: testis che etimologicamente significa “colui che si pone come terzo” in un processo/lite fra 2 contendenti, e superstes che indica colui che ha vissuto qualcosa e che può renderne testimonianza avendolo attraversato.  Noi non ci sentiamo testimone secondo queste etimologie.   Ma in greco testimone si dice martis, martire, parola che deriva da un verbo che significa “ricordare”: il testimone ha la vocazione della memoria, non può non ricordare, non prestare la propria voce perché altre siano udibili, farsi cassa di risonanza per sentire chi non è più. È  una necessità etica allora il dovere della memoria impossibile, è l’imperativo categorico di parlare pur usando lingue imperfette e lacunose, sapendo di non dire mai tutto e bene…

 

Né Shoah né Olocausto allora (parole già cariche di significati e d’interpretazioni, di culture e di bibliche sofferenze), ma solo Auschwitz: un luogo-il luogo e le sue imperfette, sospese, aporetiche parole…

 

E questo abbiamo infatti scelto come titolo del nostro lavoro: AUSCHWITZ, il Luogo e la Parola il cui progetto andiamo brevemente ad enucleare.

 

Innanzitutto chi sono stati i soggetti elaboratori: vari studenti di diverse classi 5° dei tre indirizzi del nostro liceo (cl. 3° lic.A , cl.3°lic. B, cl.5°cl. A, cl. 5cl.B , cl. 5sc.A, cl. 5sc. B, cl. 5ling D) coordinati dalla prof. Cristina Bonelli che ci ha anche accompagnato nel viaggio-visita ad Auschwitz.

 

Che cosa hanno fatto? Hanno sviluppato un percorso di ricerca che è stato poi raccolto in un prodotto multimediale costituito da una prima parte concernente il viaggio e il luogo della memoria visitato, Auschwitz appunto, ove è stato montato il materiale foto-video-filmico elaborato durante il viaggio, mentre una seconda parte presenta invece i percorsi d’approfondimento scelti sulla base dei nostri particolari interessi e sviluppati attraverso una condivisa impostazione metodologica. 

 

Questi i loro ambiti:

 

·        Auschwitz: le origini culturali e ideologiche dello sterminio  -  L. Basile   

 

·        Auschwitz tra memoria e letteratura/e  -  F. Romani

 

·        Auschwitz nelle arti  figurative -  V. Milani

 

·        Auschwitz nel cinema  -  M. Agnosini

 

·        Auschwitz al femminile (e bambini)  -  V. Frontini & C. Pronti

 

·        Auschwitz come cifra della società totalitaria: la spersonalizzazione dell’individuo  -  V. Tarantini & F. Zucchi

 

·        Auschwitz come fabbrica della morte: l’organizzazione scientifica dello sterminio (olocausto e  modernità)  - M. Ragaglia

 

·        Auschwitz: quale responsabilità?  -  A. Coroli & R. Scaglia